Archivio Storico
" ... i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine
e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza ..."
(Gen Armando Diaz, Dal Bollettino della Vittoria - 4 novembre 1918)

diaz.jpg (16864 bytes)

Maresciallo Armando Diaz, Generale di Stato Maggiore


1. Articoli
2. Discorsi


Articoli

1. È morto Delfino Borroni, l'ultimo reduce italiano della Grande Guerra (26 ottobre 2008)
Aveva 110 anni e da anni viveva nella casa di riposo “Don Guanella” a Castano Primo, nel Milanese

2. Corsi e ricorsi dei ghiacciai: riemerge il supercannone della Grande Guerra (12 agosto 2003)
L'effetto del disgelo porta alla luce un gigantesco cannone di 33 quintali della Prima guerra in alta Vai Nardis: lo Skoda10,4 di fabbricazione austriaca.

3. L'ultimo Fante della Grande Guerra: "Non dimenticate il nostro sacrificio" (1 novembre 2003)
Intervista a Carlo Orelli, 109 anni, soldato dal 1915 ed ultimo fante

 


E' morto Delfino Borroni, l'ultimo reduce della Grande Guerra
Corriere della Sera del 26 ottobre 2008

Delfino Borroni

Delfino Borroni

CASTANO PRIMO (Milano) – Si è spento oggi, a 110 anni appena compiuti, Delfino Borroni, l’ultimo reduce italiano della Grande Guerra e l’ultimo cavaliere di Vittorio Veneto, l’onorificenza istituita dalla Repubblica nel 1968 per «esprimere la gratitudine della Nazione» a tutti coloro che avevano combattuto sul fronte durante la prima guerra mondiale per almeno sei mesi. Borroni era nato il 23 agosto del 1898 a Turago Bordone, in provincia di Pavia, ma da anni viveva nella casa di riposo “Don Guanella” a Castano Primo, nel Milanese, dove si era trasferito dopo il matrimonio.

 

CAPORETTO - Nel 1917, a diciannove anni, fu arruolato di leva nei bersaglieri ciclisti. Da allora combattè sul fronte dell’altopiano di Asiago, poi sul Pasubio e infine a Caporetto, dove visse l’esperienza delle trincee. Proprio a Caporetto fu fatto prigioniero, ma dopo qualche settimana riuscì a fuggire e a unirsi ad un battaglione italiano a cavallo. Finita la guerra, nel 1918 riprese a fare il meccanico, poi si sposò e si trasferì a Castano Primo, dove fu assunto come macchinista sul “Gamba de Legn”, lo storico tram milanese. Dopo la sua scomparsa, al mondo restano solo altri sette reduci del primo conflitto mondiale: tre in Gran Bretagna, due in Canada (tra cui una donna, Gladys Power, di 109 anni), uno in Australia, uno negli Stati Uniti.

TESTIMONIANZA – «Caporetto è stato il posto peggiore che ho visto durante la guerra» aveva sempre dichiarato il bersagliere, che grazie alla memoria vivissima in questi anni ha confidato le sue memorie a decine di storici, provenienti da tutto il mondo. «La vita in trincea era terribile – ricordava Borroni - Il freddo, la fame, il rombo delle granate, poi c’erano gli attacchi con il gas. Quando pioveva, poi, si aveva la tentazione di dormire, ma quello era il momento in cui un attacco era più facile, allora il capitano passava, con indosso il suo cappello nero e ci urlava di stare all’erta». A Caporetto, il fante rischiò di morire. «Il sergente mi disse di uscire a vedere la situazione fuori dalla trincea. Io gli chiesi perché mandava a morire me che ero il più giovane e lui mi rispose che tutti gli altri avevano figli» raccontava il bersagliere. «Allora uscii strisciando, ma un proiettile mi colpì subito sullo scarpone. Mi finsi morto accanto a due cadaveri di altri soldati e quando gli austriaci se ne andarono, raggiunsi i miei compagni in ritirata. Il sergente mi prese la testa sulle ginocchia e pianse». Dopo qualche settimana, Delfino fu catturato. «Una volta, in prigione, cominciai a urlare, volevo scrivere alla mia famiglia che da sette mesi non aveva notizie – spiegava il veterano - L’ufficiale austriaco mi rispose: "io è da dieci anni che non torno a casa", ma poi mi diede un foglio e una penna». Qualche mese dopo, la fuga. Dopo un giorno di marcia, alla sera, nella prigione, anche l’ufficiale romeno di guardia crollò dal sonno. Delfino fuggì e si unì a un battaglione italiano a cavallo, poi prese un treno che lo portò a Piacenza. Da lì, scrisse ai genitori, che lo raggiunsero. «Stavo riposando in una tenda, alzai gli occhi e vidi gli scarponi di mio padre. Mia madre lanciò un urlo così forte, che quasi mi moriva fra le braccia». I suoi racconti si trovano anche in Rete.

Delfino Borroni: 25 agosto 2008

ONORI MILITARI -La data delle esequie non è stata ancora fissata, ma molto probabilmente al fante saranno riservati gli onori militari, o addirittura i funerali di stato. A Castano Delfino Borroni viveva con i suoi figli, Angelo e Pinuccia e tredici pronipoti.

Giovanna Maria Fagnani


Corsi e ricorsi dei ghiacciai:
riemerge il supercannone della Grande Guerra
Corriere della Sera del 12 agosto 2003

skoda-10.jpg (10478 bytes)

Lo Skoda10,4 austriaco sotto il Monte Bot
Riemerso dai ghiacci a 3.178 metri in alta Vai Nardis

Inquadramento Storico
La zona di Nardis, ove il cannone è stato ritrovato a seguito dell'enorme scioglimento dei ghiacci, complice l'eccezionale caldo dell'estate 2003, fa parte della zona della Presanella; può dunque venire incluso nella sezione relativa all'Adamello- Presanella- Passo Tonale. Tale tratto rappresentava allora parte del Fronte con l'Impero Centrale visto che il Trentino, che in quella zona ha i propri confini con la Lombardia, era in mano agli Austriaci. Per approfondimenti si veda la sezione Il Fronte e la Prima linea: tratto Livigno-Laghi Cancano- Stelvio- Ortles- Cevedale- Pizzo- San Matteo; la zona AdamelloBrenta, rappresenta infatti l'utimo tratto del Fronte di cui si da notizia nella sezione del sito indicata.

Articolo
"Un gigantesco cannone di 33 quintali della Prima guerra mondiale è emerso dai ghiacci a 3.178 metri in alta Vai Nardis. Lo Skoda10,4 di fabbricazione austriaca era posizionato su una selletta sosto il Monte Bot ieri, da cui batteva lepo stazioni italiane del Pian di Neve. Con la fusione del ghiaccio il pezzo è scivolato una trentina di metri sotto la cresta e si trova attualmentesu un ripida pendio, esposto alle frane di sassi.
Un elicottero del Servizio ansincendi di Trento tenterà oggi di recu perarlo. L ‘operazione è condotta dal Se,vizio beni culturali della Provincia autonoma di Trento, con la collabdrazione scientifica del Museo della guerra bianca in Adamel lodi Temù e del Museo storico italiano della guerrcs di Rovereto. Ri trovamenti come questo si sono fat ti sempre più frequenti negli ultimi vent’anni. Le estati più calde han no fatto dei nostri ghiacciai dei free zer con la porta dimenticata aper ta, dove tutto fonde inesorabilmente. Per meglio comprendere questi eventi occorre ricostruire l’andamento climatico degli ultimi cent’anni. L'invemo 1916lifu pro babilmente il più nevoso del XX Secolo: al Tonale caddero 50 metri di neve. Seguirono stagioni sempre più calde e secche, soprattutto nei primi anni Venti. I decenni successivi ebbero un andamento contraddittorio, comunque sfavorevole al bilancio di massa dei ghiacciai. Poi dal 1965 a partire dalle Alpi Occidentali prese il via una fase più fresca, che culminò nella breve, ma significativa avanzata dei ghiacciai nel biennio 197778. Successi vamente, il ritiro ha ripreso inesora bile e, dalla fine degli anni Novan ta, con una velocità senza prece denti. Oggi, dopo quasi tre mesi in cui lo zero termico è rimasto co stantemente sopra i 4000 metri, i bacini nevosi delle Alpi versano in condizioni pietose. Fusa da tempo la neve stagionale, a essere intaccato è ora il "capitale" del ghiacciaio. L ‘estate 2003 sarà per i ghiacciai la peggiore annata che si ricordi. Al punto che molti ghiacciai alpini so no diventati deifossili climatici residui di condizioni meteorologiche ormai tramontate. impossibile dire se si tratti di un processo senza ritor no. Nel Medioevo si ebbero almeno due periodi secolari in cui i ghiacciai raggiunsero dimensioni injèriori alle attuali. Le oscillazioni. continuarono fino alla metà del XVlsecolo, quando iniziò la cosid detta "Piccola età glaciale", che regalò ai pionieri dell’alpinismo lo spettacolo incomparabile dei ghiac ciai nella loro massima espansione in epoca storica. Oggi si parla di global warming e di tropicalizzazione. Eppure nelle Ande meridionali sembra che i ghiacciai abbiano ripreso ad avanzare. Il pianeta si scalda, ma gli effetti non sono prevedibili. Insomma, i giochi del clima mondiale sono ancora tutti aperti"
Franco Brevini

| Inizio Pagina |


L'Ultimo Fante della Grande Guerra
"A 109 anni vi racconto la mia Guerra, non dimenticate il nostro sacrificio"

"... ci portarono al fronte e cominciò l'inferno ..."
(Carlo Orellli, classe 1894)

ultimo-fante.jpg (39200 bytes)

La Carlo Orelli, 109 anni, in primo piano sdraiato

"Voi non avete la minima idea del suono che fa un obice austriaco da 420". Lui sì. "E' tutto diverso da quello che immaginate". Gli rimbomba nelle orecchie da quasi un secolo. Aveva vent'anni. Ne ha 109. Il decano della Grande Guerra.
"Non è come nei film. Il cannone non fa: bum. Troppo distante dalle trincee. Il cannone fa piuttosto un brontolio, un rombo lontano, poi un sibilo sempre più forte, più vicino. Il proiettile sta per arrivare. A volte non espiode subito. Altre volte non esplode mai. E' la lotteria della morte. Un mio amico di Napoli si era sempre salvato proteggendosi dentro un tubo di cemento. Spuntavano solo le gambe. Centrate da una cannonata. E' morto dissanguato".
Carlo Orelli è la voce più antica, la memòria più remota della Prima guerra mondiale. Voci che si stanno spegnendo. Restano in Italia poche decine di cavalieri di Vittorio Veneto. Alcuni sono donne, crocerossine della Carnia. Altri sono ragazzi nati nel 1900, che non spararono un colpo. I combattenti non sono che un pugno.
Carlo Orelli è l'unico che possa raccontare il 24 maggio 1915 da soldato. "La guerra era un finto segreto. Sapevano tutti che sarebbe stata dichiarata. Io ero di leva, a Capua, in fanteria. Ci portarono a Napoli, e dall in treno verso il fronte. Terza Armata, brigata Siena, 320 reggimento, 3a compagnia. L'ordine era di avanzare con cautela in territorio austriaco. Sagrado. L'Isonzo. Il Carso. Il nemico si era ritirato. Entravamo nelle case vuote, chi aveva preso le piattole cercava vestiti di ricambio, a volte vestiti da donna. I combattimenti scoppiarono presto. L'avanzata si fermò nell'estate. Cominciarono gli assalti. Il massacro della trincea delle frasche".
La sua famiglia ha fatto tutte le guerre d'Italia. Il nonno materno, Tommaso, con i difensori di Perugia, insorta e domata nel 1849 dai mercenari papalii. Il padre Gabriele richiamato per la campagna d'Abissinia. Il fratello maggiore Alfredo combattente nel 1911 in Libia. Il fratello minore Guglielmo chiamato alle armi dal Duce e fatto prigioniero dagli inglesi in Sicilia nel luglio '43. A Perugia Carlo Orelli nasce il 23 dicembre 1894. Entra a scuola nell'anno dell'assassinio di Re Umberto. Si trasferisce a Roma nell'anno della guerra russogiapponese. "La sorella di mia madre aveva una trattoria in via del Viminale. Io ero operaio aggiustatore meccanico, quando mi chiamarono. Nessuno va alla guerra volentieri. Quella però non era una guerra di conquista. Era una guerra patriottica. Nella mia brigata c'erano soldati di ogni parte d'Italia, contadini del Sud che non sapevano né leggere nè scrivere, ma non si lamentavano mai. Morivano in silenzio". I più coraggiosi, "i sardagnoli", i sardi.
Contro la trincea delle frasche si sgretola il meglio dell'esercito italiano. "Un giorno siamo usciti all'assalto in 330. Siamo tornati in 30. Non so come mai a me non è toccata. La sera prima dell'attacco portavano in prima linea il liquore, ma io non l'ho mai bevuto. Quella roba faceva passare la paura ma toglieva lucidità, dopo ti buttavi avanti urlando 'Savoia!, e morivi. Dall'altra parte urlavano "Hurrah!', e morivano. Io avevo un altro modo per darmi coraggio. Non pensare a niente. Svuotare la testa. Non pensare mai alla casa, agli affetti, agli amori. Non scrivevo, anche perché non c'era tempo. Un giorno ho incontrato mio fratello Alfredo, ci siamo salutati, non l'ho più pensato sino alla fine, l'ho rivisto a casa, ferito ma salvo. 
Dovevo restare lucido per avere un colpo in più del nemico. Il fucile degli austriaci sparava cinque proiettili; il nostro, sei. La vita era legata al sesto proiettile".
Quarto piano senza ascensore di una vecchia casa alla Garbatella. Uno degli angoli più appartati di Roma. Carlo Orelli ha il cranio lucido e gli occhi blu. Sorride di rado. I suoi tiatti ricordano quelli di Gustavo Rol. "Mi hanno sempre detto che ho gli occhi magnetici. Nessuno in famiglia ha i miei occhi, tranne Angela, la figlia di mio nipote Carlo". Sui mobili ci sono le foto dei sei figli, tutti vivi, da Lia di 83 anni a Lucia di 68, in mezzo Alfredo, Marcella, Lillana e Marià, che oggi gli è al fianco. Nove nipoti, undici pronipoti, tra cui Christian, miilitare di carriera, che presto lo renderà trisnonno.
Abbiamo fatto tutti la guerra senza amarla, ma anche senza far storie. Attorno alla Grande Guerra c'erano grandi passioni e grandi personaggi, nelle retrovie passava il re sull'auto scoperta, arrivava la notizia del volo di D'Annunzio su Vienna, si annunciava un proclama del comandante della nostra Armata, il Duca d'Aosta, su Cadorna si leggevano poesie. Gli idealisti arrivavano al fronte e il giorno dopo morivano, Nel mio reggimento c'era Filippo Corridoni". Caduto davanti alla trincea delle frasche il 23 ottobre 1915. Una terra maledetta, cui i fanti davano nomi sinistri, Passo della morte, Buca dei bersaglieri, Sassi rossi, e ancora Ridottino dei morti. "Della guerra colpisce che tutto succede di colpo. Un momento dormi, mangi, ridi; un momento dopo non ci sei piu. Un mio amico era appoggiato a un muretto. Parlava. E' arrivato il rombo, è arrivato il sibilo. La granata gli ha staccato la testa di netto. Il corpo è rimasto li, dritto, innaturale".
Eppure è con orgoglio che Carlo Orelli parla della sua guerra. Soliecita le domande con il linguaggio del secolo in cui è nato, "seguiti pure a interrogarmi". Se Maria gli chiede di non affaticarsi la manda a fare una commissione,  "ma per uscire copriti bene". Non si rifugia in luoghi comuni quando parla degli ufficiali, "i generali non si vedevano, gli altri però moriva   non come noi. Il fango? Le malattie? Niente, in confronto all'assalto". Un'espressione bellissima per definire il rapporto con il nemico,   
"odio involontario". "Ci sparavamo addosso, eravamo legati alla nostra bandiera, alla nostra divisa, ma non c'era astio ideologico, non c'era volontà di annientamento. Ognuno sapeva che l'altro stava facendo il proprio dovere. Le trincee erano lontane duecento metri ma noi avevamo l'ordine di non sparare: l'accordo tacito era di far tacere i cecchini, di non mole starci nelle pause tra i combattimenti. 
Quando riuscivamo a conquistare una trincea austriaca la trovavamo piena di sigarette, vino, pure cioccolata; i prigionieri ce la offrivano, noi avevamo la disposizione di rifiutare, si temeva una trappola, un avvelenamento; così si faceva assaggiare la cioccolata a un prigioniero, poi si faceva a mezzo". "Fino a quando non toccò a me. Gli austriaci si erano trincerati nel parco di una tenuta  nobiliare. Assalto. Non arrivammo mal al reticolati. Una mitragliatrice ci prende d'infilata, le mitragliatrici non si vedono mai, si sentono solo, l'artiglieria aggiusta il tiro. Una granata uccide il comandante della compagnia, il tenente Occhipinti, e ferisce molti di noi. Muore il mio migliore amico, Ercolanoni, umbro come me. I compagni continuano a sparare, ma così si fanno individuare dagli austriaci. Ci tirano addosso come al tiro a segno. Il sottotenente sdraiato accanto a me ha una pallottola in fronte. Io ho schegge in tutto il corpo e una ferita di striscio all'orecchio sinistro, un centimetro più in là e sarei spacciato. Mi portano indietro a braccia, in un casolare. Poi all'ospedale da campo, quindi a Bologna, a Perugia. La mia guerra è finita. Il resto è un'idea sfumata di medicine, odori, letti bianchi, convalescenza. Ricordo bene i versi che studiavo a scuola da bambino, non ricordo nulla della malattia. La gamba destra mi fa ancora male. Non è mai guarita". 
La guerra è una croce di ferro, esposta in una teca, accanto al diploma di cavaliere di Vittorio Veneto con la flrmata da Saragat e a una vecchia tessera del Psi, ancora con falce e martello. "Sono sempre stato socialista. Nenniano. Avevo orrore per il fascismo. Ma sarei bugiardo se dicessi che sono stato un oppositore. Semplicemente, non ero d'accordo. Non ho mai preso la tessera, non ho mai preso botte. Sono inorridito quando a Roma arrivarono i tedeschi. Ma ero già nonno, cosa potevo dire? Dopo il congedo mi avevanco trovato un posto a Gaeta, alla direzione di artiglieria, dove ho conosciuto mia moglie Cedilia. Poi sono tornato a Roma, capotecuico dell'Atac. Ho badato ai miei pensieri, non mi sono mai arrabbiato troppo, ho cercato di avere buoni rapporti con le persone che incontravo. Cecilia se nè andata nel '69. Mi aspetta al Verano". 
"Dalla guerra non ho avuto alcun vantaggio. L'unica pensione che ricevo è quella dell'Atac. Ma non ho certo combattuto per un vantaggio, per nulla che non fosse il mio Paese. E a Trieste alla fine ci siamo arrivati. Poi il mio Paese pian piano si è dimenticato di noi. Un po' lo capisco, è passato così tanto tempo. Dei miei vecchi fratelli d'arme, di tutti questi ragazzi che vede nella foto della mia compagnia, non è rimasto nessuno. E' cambiato tutto, c'è l'Europa, i nemici sono alleati, in Austria i miei nipoti vanno senza passaporto, a sciare. Vedo però che il presidente Ciampi è attento a queste cose. Lo stimo perché èuno di noi, ha passato quasi tutte le peripezie del secolo, ha combattuto pure lui una guerra, e non lo nasconde. Spero che vorrà ricordarsi anche del 4 novembre, dell'anniversario della vittoria, per cui si è sacrificata la mia generazione". 
La trincea della frasche fu presa dalla brigata Sassari il 14 novembre 1915. Nei primi sei mesi l'Italia perse 270 mila uomini tramorti e feriti. Oggi non ci sono superstiti, tranne lui. "Ero un uomo molto forte. Avevo una forza incredibile. Adesso non faccio un passo senza Valentina, la signora ucraina che mi guarda. Se Valentina non mi sostiene, crollo. Chissà quanto dura ancora. Qui alla Ciarbateila non c'è nessuno che ha l'età mia". Nessuno in tutta Europa, forse. Arriva il momento in cui ci si dice: il più vecchio sei tu. Verrà li momento in cui non ci sarà più nessuno a custodire la memoria, e la Grande Guerra sarà solo degli accademici e degli archivisti. Neppure la memoria è un vantaggio. Ci scusi il signor Carlo se abbiamo risvegliato la sua. "Sono io che mi scuso se non ho detto tutto. Ci sono cose che non ricordo. Ci sono cose che non voglio ricordare". 
Aldo Cazzullo

Carlo Orelli: l'ultimo fante della Grande Guerra

 

| Inizio Pagina |


Discorsi

1. Ordine del giorno del 7 nov. 1917 (Mp3  1,53 Mb) Gen. CADORNA, 7 novembre 1917 
2. Il Bollettino della vittoria Gen. ARMANDO DIAZ, 4 novembre 1918
3. La guerra europea e il dovere dell'Italia CESARE BATTISTI
4. Conseguenze della Battaglia del Piave Gen. ARMANDO DIAZ, 24 giugno 1923.


Il Bollettino della Vittoria Italiana
Gen. ARMANDO DIAZ
Bollettino militare in cui si enuncia la vittoria sul nemico; 4 novembre 1958
Scarica il Il bollettino della Vittoria italiana in formato audio (mp3): 2.52 Mb
|scarica|

La guerra contro l’Austria-Ungheria, che, sotto l’alta guida di 5. M. il Re, duce supremo, l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima, per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre, ed alla quale prendevano parte 51 Divisioni italiane, 3 britanniche, 2 francesi, i cecoslovacca ed un reggimento americano, contro 73 Divisioni austroungari che, è finita.
La fulminea, arditissima avanzata del 29° Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle Armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della Settima Armata e ad oriente da quelle della Prima, Sesta e Quarta, ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della Dodicesima, dell’Ottava, della Decima Armata e delle Divisioni di cavalleria ricaccia sempre piii indietro il nemico fuggente.
Nella pianura 5. A. R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta Terza Armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, e che non aveva mai perdute. L' Esercito austroungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissìme nell’accanita resistenza dai primi giorni e nell’inseguimento; ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressochè per intero i suoi magazzini e depositi, ha lasciato finora nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri con ìnten stati maggiori, e non meno di 5000 cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

| Inizio Pagina |


Conseguenze della Battaglia del Piave
Gen. ARMANDO DIAZ
Dal discorso tenuto alla Scala il 24 giugno 1923 per la celebrazione della Vittoria del Piave.

Ai primi di luglio, dopo giorni di durissima lotta in terreno paludoso e difficile, il nemico sgombrava il territorio di foce Piave vecchio e Piave nuovo. Così le nostre linee venivano integralmente rìstabìhte come avanti I offensiva. Ma più ancora delle perdite materiali contano in guerra quelle morali, e per gli Imperi Centrali la disastrosa sconfitta sul Piave fu un avvenimento decisivo. E poichè si era perduta la speranza nella vittoria, scomparve il più forte vincolo fra quelle nazionalità; gli interessi particolari delle singole stirpi ebbero la prevalenza e si iniziò quel processo di disgregazione della Monarchia asburgica, che, col crollo dell’esercito, doveva poi avere il colpo di grazia a Vittorio Veneto. Mi venne riferito più tardi che, all’annuncio dell’esito della battaglia del Piave, il capo del Governo di uno degli alleati della Germania esclamasse: "E finita, non vi è più speranza di vincere ! ".

Con giustificata fierezza si può dunque proclamare che la battaglia del Piave fu decisiva per la sorte della guerra mondiale, come quella di Vittorio Veneto ne fu la risolutiva. Di chi il vanto? Lo disse il Comando italiano quando potè annunziare la disfatta nemica: " Il vanto è di tutti i combattenti, di tutti i comandi, di tutte le armi, di tutti i marinai, di tutti gli avierì ". Vanto di tutti come di tutti era stata la fede, di tutti il cimento, di tutti il sacrificio! A tutti vada il pensiero della Patria riconoscente. Ma soprattutto sia vanto degli umili, che dalla lotta nulla trassero se non la serena coscienza del più alto dovere compiuto, e dalla gloria solo la luce delle anime loro, e dalla Patria non onori o ricchezze, ma la intima purissima gioia di sapersi devoti artefici della sua grandezza! Ricordo a questo punto come, tra le rovine fumanti di uno dei nostri paeselli del Piave si trovassero miracolosamente ancora ritti due muri, su uno dei quali era scritto con rozzi caratteri: " Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!" e sull’altro: " Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora! ". Io sentii pertanto nello spirito dell’ignoto scrittore un simbolo della stirpe, palese su tutte le vie della gloria e su tutti i calvari del dolore.
Ma la battaglia del Piave, grandiosa nel suo sviluppo e nelle sue conseguenze, aspettava il suo epilogo. Infatti, dopo quattro mesi, il 24 ottobre, l’Esercito nostro si lanciava nella grande battaglia di redenzione. Quelle ore solenni, che valgono tutta una vita, videro il Grappa ancora sanguinosamente attanagliato, il Piave sorpassato di slancio, il centro nemico sfondato, la manovra di avvolgimento possente ed irresistibile, l’avversario sgominato, il crollo, Vittorio Veneto! I resti di quello che era stato uno dei più potenti eserciti del mondo risalivano in disordine e senza speranza le valli già discese con orgogliosa sicurezza!

| Inizio Pagina |


Mario Ravasi è
Membro Web Banner Italia

Banner

di Web Banner Italia